La vaccinazione consiste nella somministrazione di un vaccino per creare uno stato immunitario nei confronti di una o più malattie (vaccinoprofilassi).

Il vaccino è costituito da microrganismi o parti di essi, opportunamente trattati per perdere le proprietà infettive, ma non quelle antigeniche, in modo da poter essere utilizzato nel conferimento di immunità attiva al soggetto cui viene somministrato.

L'immunità deriva dalla stimolazione, nel soggetto ricevente, alla produzione di anticorpi neutralizzanti il microrganismo stesso. La distinzione tra vaccini è legata alle modalità di creazione: possono essere vivi attenuati (costituiti da germi vivi ma resi meno virulenti) oppure inattivati (costituiti da germi uccisi) . In seguito alla revisione delle linee guida per la vaccinazione dei gatti sono stati individuati dei vaccini “di base” (contro la Panleucopenia Felina e contro le Malattie respiratorie virali) e dei vaccini “non di base” da praticarsi solo se esiste un reale rischio di esposizione (contro la Clamidia) e contro la Leucemia Felina (FeLV)). A seconda del tipo di vita del gatto, il vostro veterinario vi consiglierà un piano vaccinale ottimale con richiami annuali, biennali o triennali.

La prima vaccinazione (è consigliata quella trivalente di base) viene fatta nel gattino di 8 settimane e poi deve essere eseguita una seconda vaccinazione di richiamo dopo 21 giorni-1 mese.

Poiché gli anticorpi materni possono interferire con la risposta alla vaccinazione, nelle situazioni a rischio (cuccioli nati da madri regolarmente vaccinate e che quindi forniscono un colostro ad alto titolo anticorpale, cuccioli che andranno in esposizione o che entreranno in contatto con altri gatti) si consiglia di eseguire una terza vaccinazione a 16 settimane di età.

La vaccinazione contro la rabbia deve essere fatta nel gatto solo quando strettamente necessario (viaggi all'estero, esposizioni feline, zone a rischio).

Controindicazioni alla vaccinazione: la vaccinazione, specialmente quella con vaccini vivi attenuati è controindicata nelle gatte gravide, nei gatti immunodepressi e nei gatti sottoposti a terapie antitumorali.

  Quando la gatta è in estro, si accovaccia, tiene sollevata la coda di lato e mostrano comportamenti come lo strusciarsi contro i vari oggetti, rotolarsi per terra e lo”zampettare” con le zampe posteriori.

La gatta miagola con maggior frequenza e tono, a volte producendo suoni bassi e lamentosi.

Durante l’accoppiamento il maschio morde con decisione il collo della femmina e la monta.

Di solito in questo stadio entrambi i gatti muovono attivamente gli arti posteriori e la gatta assume una posizione che rende più accessibile la regione vulvare.

La penetrazione è rapidamente seguita dall’eiaculazione.

Questa intera sequenza di eventi dura generalmente da mezzo minuto a 5 minuti.

Appena il gatto maschio si ritira, la femmina emette il cosiddetto “gemito della copula” forte e penetrante ed il maschio si allontanerà ad una distanza di sicurezza.

L’accoppiamento viene di solito ripetuto per più volte a vari intervalli, finché la gatta non permette più al maschio di montarla. Gli accoppiamenti posso ripetersi più giorni, fino a 5 giorni circa.

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 La gatta domestica è un animale poliestrale stagionale ad ovulazione indotta.

Si definisce poliestrale perché presenta cicli estrali che si susseguono durante la stagione riproduttiva; stagionale poiché la riproduzione è caratterizzata da un periodo di anestro dovuto al fotoperiodo. I cicli estrali si susseguono da Gennaio a Settembre e s’interrompono da Ottobre a Dicembre (anestro stagionale dovuto alle giornate di luce corta).

Questo periodo può essere molto ridotto o addirittura assente nelle gatte che vivono in casa e che hanno a disposizione calore e cibo. La gatta domestica è definita una specie ad ovulazione indotta poiché necessita dell’accoppiamento per l’ovulazione.

Nella gatta l’intervallo tra nascita e primo estro (detto pubertà) può essere influenzato da numerosi fattori quali: l’ambiente, il periodo della nascita in relazione al fotoperiodo, la razza e fattori psicologici. Il ciclo estrale può essere suddiviso in quattro fasi: proestro, estro, diestro (presente solo se vi è la formazione di corpi lutei) ed anestro. Il proestro ha una durata media di 1- 3 giorni e durante questo periodo le femmine attraggono i maschi ma non accettano l’accoppiamento.

Ci sono atteggiamenti tipici quali: sfregamento della testa e del collo, miagolii e rotolamento. È possibile osservare arrossamento della vulva. Questo periodo è caratterizzato dallo sviluppo dei follicoli ovarici pronti per l’ovulazione.

Nelle gatte l’estro dura in media 5-6 giorni (da un minimo di 2-3 ad un massimo di 18-20 giorni), dipende anche se l’animale si accoppia e dal momento in cui si accoppia. I caratteri distintivi dell’estro sono: anoressia, poliuria, emissione di un miagolio simile al pianto (per richiamare il maschio) e accucciamento con la regione pelvica alzata ed un movimento delle zampe ritmico.

Si può vedere una piccola quantità di liquido siero-ematico che esce dalla vagina. Se avviene l’accoppiamento e l’animale è gravido, i follicoli ovarici maturi ovulano e si formano i corpi lutei che rimangono attivi fino a poco prima del parto, altrimenti, se l’animale si è accoppiato ma non è gravido, i corpi lutei permangono per circa 40 giorni (pseudogravidanza).

Se l’accoppiamento non avviene, i follicoli non ovulano e diventano atresici (cioè appaiono occlusi) e dopo circa 7-8 giorni si sviluppano dei nuovi follicoli e può iniziare un nuovo ciclo estrale.

Per cui in questo caso l’intervallo tra un ciclo estrale e quello successivo si aggira intorno ai 14-19 giorni Il diestro compare solo se è avvenuta l’ovulazione ed è caratterizzato dalla presenza di corpi lutei e di elevati livelli ematici di progesterone. Ha una durata di circa 35-40 giorni.

Al diestro può fare seguito un nuovo ciclo estrale oppure un periodo di inattività ovarica, chiamato anestro.

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 a fecondazione si verifica nell’ovidotto tra il 6° e l’8° giorno dopo l’accoppiamento.

Le blastocisti migrano nell’utero e l’impianto avviene tra l’11° e il 14° giorno dopo l’accoppiamento.

La durata della gravidanza è mediamente di 65 giorni (da 63 a 69 giorni) dopo un accoppiamento fecondo. La gravidanza viene confermata nella maggior parte dei casi da palpazione addominale e dal 20° al 25° giorno di gestazione si possono facilmente percepire una serie di dilatazioni sferiche.

Questa manovra deve essere fatta esclusivamente dal proprio veterinario.

Altri segni che possono confermare la gravidanza sono l’arrossamento dei capezzoli, l’aumento dell’appetito, l’aumento del peso corporeo. L’ecografia permette di identificare i gattini addirittura dal 14°-15° giorno, mentre gli scheletri fetali possono essere visualizzati radiograficamente dal 43° giorno.

La radiografia al termine della gravidanza permette di sapere quanti sono esattamente i gattini, notizia che può essere molto utile durante il parto.

Non sono attualmente disponibili test di laboratorio per la diagnosi di gravidanza nel gatto. È importante ricordare che alla gatta non devono essere somministrati farmaci senza l’autorizzazione di un veterinario né devono essere inoculati trattamenti antiparassitari o vaccini, in quanto questi potrebbero provocare malformazioni dei feti ed aborto.

Nella seconda metà della gravidanza, inoltre, è necessario cambiare l’alimentazione della gatta optando per piccoli e frequenti pasti somministrando cibo per cuccioli e gatte in gestazione.

La gravidanza nella gatta dura in media 63-65 giorni anche se sono considerate normali le gravidanze che durano dai 61 ai 67 giorni. I cuccioli che nascono prima del 61° giorno sono da considerarsi prematuri e di solito muoiono dopo pochi giorni perché non è stata ancora raggiunta la piena maturazione dei polmoni. Quando la gatta è “a termine”, ossia quando è verso la fine della sua gravidanza, inizia ad ispezionare in casa per cercare dei possibili luoghi tranquilli dove andare a partorire.

Ricordatevi sempre di chiudere i cassetti e le ante degli armadi, qualora non desideriate che la vostra gatta partorisca li.

Alcune gatte mostrano, qualche giorno prima del parto, delle piccole perdite vaginali inodori rossastre piuttosto dense. E’ del tutto normale: si tratta del tappo mucoso che si scioglie quando, poco prima del parto, si dilata la cervice.

Scegliete una stanza calda, tranquilla e accogliente dove la gatta possa partorire.

Preparate una scatola di cartone oppure in legno, se amate il fai da te, grande a sufficienza per poter far stare la gatta comoda, completamente distesa e non rannicchiata. Nella scatola devono essere messi delle coperte o dei lenzuoli o asciugamani e sopra un telo assorbente usa e getta, rimuovendo le copertine e mettendone di pulite.

Alla fine del parto ricordatevi di cambiare le coperte: la cuccia della gatta deve essere sempre pulita quotidianamente. L’uso di copertine in pile (tranne nei 2 mesi di caldo intenso) è molto adatto alla situazione dal momento che sono lavabili a 60° e si asciugano velocemente.

Durante la prima fase del travaglio (che può durare fino a 24 ore) la gatta mostra segni di irrequietezza, vocalizza e assume un comportamento di “fare il nido” cioè scava, fino a strappare il proprio giaciglio, probabilmente come reazione al dolore. La maggior parte delle gatte cerca continue carezze e attenzioni; noi dovremo accarezzarla per tranquillizzarla e darle sicurezza.

Alcune gatte istintivamente cercano la lettiera e scavano come se dovessero urinare o defecare. Occorre riportare la gatta, cercando però di non prenderla in braccio per non rischiare di farle male, nel luogo prescelto e cercando con pazienza di farcela rimanere. Il secondo stadio del travaglio è caratterizzato da forti contrazioni dell’utero che noi percepiamo come delle “spinte”.

Il respiro diventa più frequente, e certe gatte particolarmente nervose arrivano ad ansimare vistosamente, spalancando la bocca e facendo fuoriuscire la lingua con il respiro molto accelerato. Le prime contrazioni sono molto distanziate, poi sempre più frequenti; la vulva comincia a dilatarsi, compare il primo sacchetto amniotico che ha l’aspetto di un palloncino ripieno di liquido.

Durante questa fase la gatta può assumere diverse posizioni e frequentemente le cambia: si può mettere in decubito, si stende cioè su un lato, oppure sedersi come se stesse defecando. Quando il feto è impegnato nel canale pelvico viene stimolata una forte contrazione dell’addome che fa fuoriuscire il gattino. A questo punto la gatta si gira, si lecca vigorosamente, rompe gli invogli fetali e, finalmente, il piccolo compare. Il gattino si può presentare con la testa o, indifferentemente, o podalico (con le zampe posteriori).

La presentazione podalica è molto frequente e non bisogna preoccuparsi.

Di solito il cucciolo rimane attaccato al cordone ombelicale e alla sua rispettiva placenta. Non tirate il cordone per far uscire la placenta rischiando di lacerala lasciando pezzi dentro l’utero. La placenta che è legata al gattino dal cordone ombelicale di solito fuoriesce dopo qualche minuto. Solitamente, la madre mangia le placente appena espulse, reciderà il cordone ombelicale coi denti e pulirà il gattino.

Ci si dovrà sempre accertare che tutta la placenta venga emessa per evitare l’insorgere di pericolose infezioni post-parto. Le placente sono un alimento molto calorico e, se la gatta le mangia non le vanno tolte perché l’aiuta a riprendere le forze. All’uscita del gattino se il sacco amniotico non si è ancora rotto, le vigorose leccate della gatta lo apriranno per stimolare nel cucciolo la respirazione e la circolazione.

Alcune gatte, tuttavia, non si curano né di aprire il sacco amniotico né di recidere il cordone ombelicale, soprattutto quando si tratta di gatte primipare, oppure se la gatta è particolarmente stanca. In questo caso si deve intervenire prontamente per evitare che il piccolo soffochi aprendo per prima cosa il sacchetto amniotico in cui è avvolto il cucciolo.

Se la mamma non lecca il cucciolo bisogna prendere un fazzoletto di carta o scottex e asciugarlo energicamente. Una volta che la placenta è uscita, se la gatta non la mangia e non recide il cordone ombelicale dovremmo farlo noi.

Alcuni consigliano l’uso di un paio di forbicine, opportunamente disinfettate, tagliando a una distanza di 3-4 centimetri dal corpo del gattino e schiacciando il cordone per fermare l’uscita di sangue, altri, servendosi di garze sterili e strappando sempre, di schiacciare con le dita il cordone tenendo fermo col pollice la parte vicino al gattino sempre distante 3-4 centimetri e mimando il morso della madre.

A questo punto occorrerà asciugare il gattino sfregandolo vigorosamente per stimolarne sia la respirazione sia la circolazione e, se il cucciolo è stato per lungo tempo in travaglio, bisognerà avere l’accortezza di scuoterlo (appoggiandolo nel palmo della mano) a testa in giù per permettere la fuoriuscita dei liquidi eventualmente ingeriti. La nascita del primo gattino dura in media 30-60 minuti e l’intervallo tra l’espulsione dei gattini successivi varia da qualche minuto a 90 minuti.

Frequentemente i primi nati inizieranno ad attaccarsi alle mammelle per assumere il latte mentre il parto prosegue. La consistenza numerica della cucciolata è influenzata dalla razza, dalle condizioni e dall’età della gatta. In media vengono partoriti 4 gattini (da 1 a 8).

La durata del parto dall’inizio delle contrazioni è di circa 4-6 ore. La distocia (anomalia nello svolgimento del parto) è rara nella gatta, ma bisogna prenderla in considerazione se per più di un’ora si hanno spinte senza espulsione del feto o se si osserva uno scolo abbondante color sangue. durante il parto. In questo caso chiamate il vostro veterinario di fiducia. A parto terminato, la gatta si pulisce leccandosi tutta ed è felice e rilassata facendo le fusa accanto ai suoi cuccioli che, qualora non si fossero ancora attaccati dovremmo accompagnarli delicatamente noi al capezzolo. La gatta va lasciata quindi tranquilla in un luogo appartato e potete darle la sua scatoletta di umido preferito per risollevarla dalle fatiche del parto.

Se la gatta vive con altre gatte è meglio non isolarle perché la possono aiutare nelle fasi di recisione del cordone ombelicale, mangiare le placente e pulire i gattini neonati.  

 

Esiste un problema che tutti i proprietari di gatti d’appartamento si trovano prima o poi inevitabilmente ad affrontare: sterilizzare o meno il proprio gatto.

Con la sterilizzazione non solo vengono eliminati fenomeni comportamentali indesiderati legati al calore, che possono compromettere una piacevole convivenza con il proprio animale, come ad esempio il miagolio incessante e/o la marcatura del territorio, ma anche,se effettuata intorno ai 6-7 mesi di età, viene ridotta la percentuale di insorgenza futura nella gatta di tumori mammari e dell'utero e di altre malattie legate al malfunzionamento delle ovaie.

L'intervento chirurgico Il gatto deve restare a digiuno a partire da 10-12 ore prima dell'intervento, togliendo anche la ciotola dell'acqua intorno a 5-6 ore prima. L'operazione è eseguita in anestesia totale.

GATTA :

I possibili interventi di sterilizzazione, tutti praticati previa una incisione di pochi centimentri sulla linea mediana dell'addome del soggetto, sono: Ovariectomia: Asportazione di entrambe le ovaie, dopo aver legato i vari vasi che le irrorano al fine di evitare sanguinamenti.È un intervento di routine che dura alcune poche di minuti. Ovario-isteroctomia: Asportazione di entrambe le ovaie e dell'utero. Generalmente questo tipo di intervento viene effettuato nei casi in cui l'utero sia compromesso e quindi in NON buone condizioni di salute. Salpingectomia: Legatura delle tube di Falloppio. Questo tipo di intervento non è mai utilizzato in quanto permette che venga impedito il concepimento, ma non il calore e tutte le relative conseguenze.

GATTO:

I possibili interventi di sterilizzazione sono: Orchiectomia:Asportazione dei testicoli. La chirurgia vera e propria consiste nell'incisione della cute della borsa scrotale, del sottocute e delle strutture sottostanti sino al testicolo. Una volta isolato il dotto deferente e i vasi del testicolo si eseguiranno alcune legature tra queste strutture in modo da evitare il sanguinamento e verrà quindi asportato il testicolo. Non si appongono punti sulla cute dello scroto, che guarisce spontaneamente.

Vasectomia:Chiusura dei condotti che permettono agli spermatozoi di uscire dai testicoli. In questo caso il gatto rimane sterile, ma conserva l'istinto di accoppiarsi con le relative conseguenze. Al momento delle dimissioni il gatto potrebbe presentare ancora gli effetti collaterali della anestesia e essere ancora barcollante. Si consiglia pertanto, una volta arrivati a casa, di tenerlo in un posto tranquillo e al buio e non sul divano o sul letto, da cui potrebbe innavvertitamente cadere.

Si dovrà proseguire con il digiuno fino quando il gatto quando sarà completamente sveglio. Il veterinario prescriverà un antibiotico, che dovrà essere somministrato per almeno cinque giorni. Generalmente non c'è bisogno di disinfettare la ferita, ma è importante controllare che il gatto non si lecchi la parte, poiché con la sua lingua ruvida ritarderebbe la chiusura della ferita e con la saliva la infetterebbe. Qualora fosse necessario inibire il leccamento, si dovrà mettergli un collare elisabettiano.

Si ricorda che questi sono consigli generali, in ogni caso sarà il vostro veterinario a dirvi come dovete comportarvi prima e dopo l'intervento.

Qual’è l’età migliore per sterilizzare il gatto?

Il momento migliore per sterilizzare la gatta è alla presentazione del primo calore o addirittura prima perché nelle gatte è statisticamente provato che l’asportazione delle ovaie in età precoce (intorno ai 6-7 mesi di età) diminuisce il rischio di insorgenza del tumore mammario.

Nei gatti maschi, la castrazione è consigliata dagli 8-10 mesi di età in poi in modo da aver ultimato la sua crescita corporea. L’insorgenza della pubertà (e quindi del calore e della capacità riproduttiva del gatto) varia in base alle razze, quindi l’allevatore potrà fornire maggiori indicazioni e suggerimenti per individuare il periodo giusto per sterilizzare il proprio gatto.

Quali sono i vantaggi della sterilizzazione?

I gatti sterilizzati sono più equilibrati dal punto di vista psicologico. Le femmine non saranno più indotte a fuggire in cerca di un compagno durante il periodo del calore e/o a miagolare per giorni e notti davanti alla porta o alle finestre, mangiando pochissimo e di conseguenza dimagrendo. I maschi non risponderanno più al richiamo percepito anche a grande distanza delle femmine, non marcheranno il territorio con urine dall'odore decisamente pungente e sgradevole e, se lasciati uscire fuori da casa non correranno il rischio di smarrirsi, avere incidenti, litigare con i propri simili per la supremazia territoriale. Inoltre la sterilizzazione ridurrà la percentuale d’incidenza delle malattie legate all’apparato riproduttivo: tumori mammari che nel gatto sono spesso maligni e infezioni dell'utero (vedi Piometra) nelle gatte, tumori della prostata e dei testicoli (poco diffusi ma frequenti nei gatti non castrati) nei soggetti maschi.

Con la sterilizzazione si perde l'istinto all'accoppiamento e si riduce il rischio di contrarre malattie a trasmissione sessuale e Ultimo ma non meno importante diminuisce l'aggressività del gatto verso i suoi simili rendendo più facili le convivenze.

Uno volta sterilizzato il gatto avrà ancora delle manifestazioni di calore?

Privato delle ovaie e dei testicoli, sia da giovane sia da adulto, un gatto non produce più ormoni sessuali, quindi non può andare in calore.

Certi impulsi (miagolii incessanti, marcature del territorio ma non più odorose, tendenza a voler uscire in giardino) possono ancora manifestarsi ma non dipende dall'impulso, bensì dall'abitudine. Per questo motivo è consigliabile eseguire la sterilizzazione/castrazione entro i primi anni di vita.

Dopo l’intervento il gatto cambierà carattere?

La sterilizzazione non influisce per nulla sul carattere dell'animale e sul suo modo di rapportarsi col mondo esterno.

Tutt'al più il comportamento diviene più stabile. E' comunque importante ricordare che dopo i 12/18 mesi di vita, tutti i gatti diventano più calmi.

Un gatto sterilizzato ingrassa facilmente?

La sterilizzazione modifica l’equilibrio ormonale del gatto e il suo metabolismo,soprattutto nel maschio in quanto l’assenza, o meglio la netta riduzione del testosterone, determina una minore costruzione di massa muscolare a vantaggio delle parti adipose, ma ciò non giustifica tuttavia il perché alcuni gatti sterilizzati tendono a ingrassare mentre altri no.

L’aumento di peso è causato da una sovralimentazione, dallo scarso esercizio fisico, accompagnate da una predisposizione su base genetica e da una risposta più o meno presente agli stimoli esterni.  

La piometra è una malattia che colpisce l’utero e si presenta nelle gatte adulte non sterilizzate.

Insorge per la presenza di batteri che si moltiplicano e lavorano su un utero già stimolato in modo abnorme dall'attività del progesterone, nel corso di più calori in successione.

Lo sviluppo della piometra vera e propria è infatti sempre preceduto, a livello della mucosa uterina, da fenomeni di “iperplasia endometriale cistica” in quanto il tessuto prima iperplastico (cioè aumentato di volume per eccessiva stimolazione) va incontro a degenerazione cistica.

Durante l’estro i batteri presenti a livello vaginale raggiungono l'utero in attraverso la cervice dilatata e proliferano, determinando l'esplosione della patologia vera e propria (materiale purulento nell’utero). Il sintomo classico, riferito dal proprietario, è dato dalla fuoriuscita di materiale purulento dalla vagina se si tratta di piometra a cervice aperta; se si tratta invece di piometra a cervice chiusa la diagnosi è sicuramente meno immediata in quanto mancano perdite evidenti ed i sintomi, ad un occhio inesperto, possono sembrare molto generici:

La gatta diventa apatica, smette di mangiare (anoressia), beve molto più del solito e conseguentemente urina di più, a volte vomita e ha dolore addominale.

La diagnosi deve comunque essere fatta mediante ecografia in cui l'utero, che normalmente non è visualizzato poiché piccolo e anecogeno, appare come un'immagine scura (iperecogena) contentente cioè del materiale (pus). Possono essere utili anche degli esami di laboratorio in cui si ha un aumento delle cellule infiammatorie (in particolare i neutrofili) nel sangue.

Una volta fatta la diagnosi, è sicuramente necessario iniziare terapia antibiotica e fluida nell'attesa di stabilizzare il paziente per procedere poi alla risoluzione del problema.

L’opzione più risolutiva e preferibile è quella chirurgica consistente nell'asportazione di utero ed ovaie (ovaioisterectomia) – da scegliersi sempre in caso di piometra chiusa.

Nel caso il soggetto abbia un grande valore riproduttivo e sia ancora in buone condizioni di salute, e che la a piometra sia di tipo aperto si può tentare la terapia medica che consiste nella somministrazione di antibiotici ad ampio spettro per circa 1 mese, ed iniezioni di antiprogestinici allo scopo di indurre una lisi del corpo luteo e aumentare la contrattilità della componente muscolare dell'utero nella speranza di riuscire a svuotarlo completamente dal materiale purulento.

La terapia medica deve essere seguita sotto stretto controllo veterinario che eseguirà ecografie ed esami del sangue ripetuti per monitorare lo stato dell’utero. Si tratta di una patologia in cui la vita è messa a rischio poiché porta repentinamente l'animale in uno stato di tossicosi importante.

E’ importante portare la gatta dal vostro veterinario qualora si presentassero questi sintomi.  

 

Panleucopenia Felina

La Panleucopenia o Gastroenterite Infettiva Felina è una grave malattia causata da un Parvovirus che può colpire i gatti di ogni età, se non correttamente vaccinati, ma è particolarmente temibile nei gattini perché porta quasi sempre alla morte. Nella sua forma acuta, la malattia è caratterizzata da:

Febbre molto alta

Depressione del sensorio

Vomito incoercibile

Diarrea (spesso emorragica)

Forte dolore addominale

Rapida disidratazione

Il virus si replica non solo nelle cellule dell’apparato gastrointestinale, ma anche in quelle cellule prodotte dal midollo osseo che sono deputate alla produzione di anticorpi rendendo quindi l'animale indifeso di fronte alle infezioni.

Infatti, le analisi del sangue di un gatto malato presentano una gravissima diminuzione dei globuli bianchi, da cui il nome panleucopenia.

Quando la malattia si è ormai sviluppata, le gravi condizioni dell'animale impongono un energico trattamento medico puramente sintomatico, cioè volto a controllare le manifestazioni cliniche e ad impedire le complicazioni batteriche secondarie.

La vaccinazione è l'unico mezzo efficace per controllare questa malattia.

Malattie Respiratorie Virali

La Rinotracheite Infettiva (sostenuta da un Herpesvirus) e la Calicivirosi (sostenuta da un Calicivirus) costituiscono il complesso delle malattie respiratorie virali del gatto.

L’infezione determina scolo nasale ed oculare, dapprima sieroso e quindi purulento, che si essicca intorno alle narici e alle palpebre, occludendole. Il gatto malato presenta inoltre: febbre, inappetenza, raffreddore, tosse, difficoltà respiratorie, ulcere buccali e linguali I vaccini contro queste due malattie sono spesso combinati con quello della Panleucopenia in un unico prodotto (vaccini trivalenti). La vaccinazione assume un'importanza particolare alla luce del carattere estremamente contagioso della malattia respiratoria virale, che si trasmette con molta facilità nei gatti che vivono in stretto contatto.

Clamidiosi

La Clamidiosi è una malattia oculare sostenuta da Chlamydophila felis. Spesso è associata e secondaria alle forme respiratorie virali sostenute da Herpesvirus e Calicivirus.

L’infezione avviene per contatto diretto tra gatti o tramite le secrezioni congiuntivali e nasali. Colpisce i gatti di qualsiasi età, anche se i cuccioli risultano essere quelli più colpiti. La malattia aggredisce le vie respiratorie e le mucose congiuntivali provocando una congiuntivite assai contagiosa caratterizzata da secrezione, edema e difficoltà nel tenere aperte le palpebre.

La trasmissione avviene per contatto diretto, tramite secrezioni infette quali saliva, lacrime, starnuti ma può avvenire anche dalla madre, portatrice sana, ai cuccioli. Inoltre sembra che possa rimaner latente nell’organismo del soggetto fino a quando non compaiono stress psicofisici che abbassano le difese immunitarie.

La Clamidiosi colpisce inizialmente un solo occhio e solo successivamente ne viene colpito anche l’altro; i sintomi respiratori non sono mai gravi ma talvolta possono subentrare delle complicanze batteriche che ne determinano una polmonite.

Si verificano inoltre febbre, inappetenza e debilitazione più o meno grave. La Clamidiosi viene curata con la somministrazione di tetraciclina per via orale e terapie locali con colliri specifici.

Esiste un vaccino contro la Clamidiosi ed anche se non è efficace al 100% conferisce una buona immunità verso la malattia, permettendo così al gatto di affrontarla in forma più blanda e breve qualora dovesse esserne colpito e garantisce una copertura per almeno un anno. La vaccinazione è consigliata soprattutto per i gatti che vivono all’aperto, nelle collettività o che hanno contatti frequenti con altri gatti.

Leucemia Felina

La Leucemia Felina è una grave malattia provocata da un Retrovirus (FeLV: Feline Leukemia Virus) che porta ad immunodeficienza (predisponendo il gatto a varie infezioni), leucemia oppure ad altri tipi di tumori.

La malattia si trasmette principalmente attraverso il contatto diretto o indiretto con un gatto infetto, soprattutto mediante la saliva. I gatti giovani sono più sensibili, ma il virus della FeLV può colpire i gatti di qualsiasi età, razza e sesso. Il rischio di infezione aumenta quindi nei gatti quelli vivono all’aperto e possono venire a contatto con altri gatti. Il primo stadio della malattia spesso passa inosservato, perché i sintomi possono essere molto variabili ed aspecifici.

I sintomi più comuni sono:

Anemia

Malessere generale

Febbre

Calo ponderale

La malattia evolve sempre verso la morte spesso dopo molti anni dall’infezione.

Va ricordato che non tutti i gatti esposti all'infezione manifestano poi la malattia; in alcuni casi l'infezione si risolve positivamente nell'arco di 4-6 settimane o può rimanere latente e risolversi nell'arco alcuni anni. Quindi un test di positivita' Felv non implica che il gatto sia destinato a sviluppare la malattia. Esistono dei test rapidi, che generalmente testano sia FIV, virus dell’immunodeficienza felina, che FeLV e che possono essere effettuati presso l'ambulatorio veterinario con un semplice prelievo di sangue.

È utile una buona prevenzione, evitando che il gatto abbia contatti con gatti portatori del virus e con i loro oggetti (ciotole del cibo) o sottoponendolo a vaccinazione annuale o biennale, soprattutto per quei gatti che hanno accesso all’aperto o che nella loro vita entreranno in contatto con altri gatti (esposizioni, accoppiamento, pensioni per gatti).

Immunodeficienza Felina

L’Immunodeficienza Felina presenta un quadro simile alla sindrome da immunodeficienza dell’uomo (AIDS), ma è causata da un Retrovirus (FIV: Feline Immunodeficiency Virus) specifico per il gatto che non è assolutamente pericoloso per l’uomo; infatti non si corrono in alcun modo rischi di contagio. Solitamente i gatti contraggono la malattia attraverso ferite da morso, nel caso in cui il virus sia presente nella saliva di un gatto infetto. E’ minore il rischio durante il rapporto sessuale, anche se non si può escludere un contagio nel caso ci siano delle ferite. I gatti quindi maggiormente a rischio sono i maschi non sterilizzati che escono e che hanno spesso lotte per il territorio con altri gatti. I gatti infettati da FIV hanno un sistema immunitario danneggiato che ha quindi una ridotta capacità di opporsi alle infezioni.

Questo indebolimento del sistema immunitario porta spesso il gatto allo sviluppo di malattie, anche serie, che potrebbero portarlo alla morte. I sintomi della malattia sono generici:

Letargia

Inappetenza e conseguente calo ponderale

Stomatiti

Infezioni delle vie respiratorie Infezioni delle vie urinarie Infezioni della pelle

La diagnosi di FIV è fatta in ambulatorio veterinario con un semplice prelievo di sangue (test per FIV e FeLV). La terapia specifica non esiste, ma mira solamente a limitare le infezioni secondarie, che spesso però sono refrattarie a trattamenti antibiotici.

L’unico modo per evitare il contagio del gatto è la prevenzione, in quanto non esiste alcun vaccino e la malattia è, purtroppo, incurabile.

I gatti FIV-positivi, devono essere tenuti assolutamente separati dagli altri. Non devono essere lasciati liberi di uscire per evitare il diffondersi del contagio ad altri animali sani.

 

Peritonite Infettiva Felina

La Peritonite Infettiva Felina (FIP) è una malattia infettiva che interessa la specie felina in genere, e sembrerebbe essere ad oggi, l’infezione che causa il maggior numero di decessi nei gatti. L'agente infettivo responsabile dell'eventuale sviluppo della FIP sembra essere il coronavirus felino FCoV, molto diffuso e normalmente innocuo abitante dell’intestino del gatto.

La trasmissione dei virus da gatto a gatto avviene attraverso le feci e per contaminazione fecale dell’ambiente, ed è quindi più probabile negli ambienti dove sono presenti numerosi animali (allevamenti, colonie, gattili). In tali ambienti ci sono infatti alte percentuali di gatti sieropositivi e che eliminano il virus con le feci: il 10-15% dei gatti eliminano sempre il virus, il 70-80% lo eliminano periodicamente a causa di continue re-infezioni, e il 5% circa (gli animali “immuni”) non lo elimina mai.

Durante la loro replicazione intestinale i FCoV possono mutare e dare origine a varianti molto patogene, in grado di indurre la FIP. La probabilità di mutazione aumenta se è elevato il tasso di replicazione, e quindi la probabilità di comparsa di FIP è tanto maggiore laddove vi siano numerosi esemplari che convivono nello stesso ambiente o territorio, quindi colonie, allevamenti, pensioni.

E’ stata evidenziata anche una predisposizione ereditaria allo sviluppo di FIP ed è noto che l’immunosoppressione (es: stress, sovraffollamento, infezioni intercorrenti, interventi chirurgici, farmaci corticosteroidei) predispone allo sviluppo della malattia.

I FCoV patogeni differiscono da quelli intestinali in quanto riescono a replicarsi nei monociti e nei macrofagi. I virus mutati inducono una risposta infiammatoria che può portare a lesioni della rete capillare che riveste le cavità corporee oppure all’intervento di altre cellule infiammatorie.

Una percentuale superiore al 90% dei gatti ha avuto modo di ospitare FCoV, ma solo una percentuale non superiore al 15% sviluppa la FIP.

Questo sembra essere dovuto alla risposta immunitaria non appropriata di alcuni soggetti, ed a causa di ciò l'innocuo FCoV muterebbe andando a provocare vasculiti agli organi del soggetto colpito.

Le vasculiti provocano a loro volta versamenti addominali e pleurici o granulomi sulle sierose e negli organi parenchimatosi.

La fascia di età interessata maggiormente da questa patologia è al momento fissata tra i tre mesi ed i cinque anni. Poiché una delle cause della mutazione del coronavirus sembra attribuibile ad un indebolimento del sistema immunitario, rientrano tra i soggetti a rischio anche i gatti anziani. La FIP viene distinta nella forma effusiva (umida) o non effusiva (secca):

La forma umida è la forma più classica e diffusa della FIP.

I vasi sanguigni sono compromessi al punto da far si che il fluido fuoriesca da essi invadendo così la cavità addominale o toracica. Nel caso in cui sia invasa la cavità addominale si ha un rigonfiamento importante dell'addome; se il versamento interessa il torace, il fluido riduce la capacità dei polmoni di espandersi ed il gatto ha difficoltà respiratorie. Oltre ad essere la forma più classica, è altresì la più veloce nel condurre alla morte il soggetto colpito (in genere non supera i due mesi dai primi sintomi).

La forma secca presenta sintomi clinici principalmente legati agli organi colpiti attraverso l'infiammazione dei vasi sanguigni che li alimentano: insufficienza renale o insufficienza epatica con ittero. In entrambe le forme sono poi presenti altri sintomi non specifici come febbre, dimagramento, crescita stentata, e, frequentemente, sintomi neurologici e/o oculari.

A parte l’esame istologico degli organi colpiti, non esistono test in grado di confermare un sospetto clinico di FIP. In caso di sintomi sospetti, è opportuno esaminare il segnalamento e la storia clinica nonché utilizzare un pannello di esami composto dall’esame emocromocitometrico, che evidenzia modica anemia e diminuzione dei linfociti, l’elettroforesi delle proteine, che evidenzia aumento di proteine totali, alfa e gamma globuline ed il dosaggio della alfa1-glicoproteina acida (AGP), che aumenta.

Nella forma umida si può anche esaminare il versamento, che appare giallo e denso, ha un elevato peso specifico, è ricco di proteine, ed eseguire esami citologici che rivelano un quadro infiammatorio e che possono essere usati per ricercare i FCoV all’interno dei macrofagi mediante immunofluorescenza o immunoistochimica.

Nelle forme secche è invece altamente diagnostica l’evidenziazione diretta delle lesioni su campioni d’organo (es. fegato o rene) raccolti mediante biopsia eventualmente corredata da immunoistochimica per FCoV positiva, ma spesso le condizioni generali del soggetto sconsigliano anestesia e prelievo bioptico. La sierologia (ELISA, immunofluorescenza, ecc.) o la PCR (Polymerase Chain Reaction, tecnica che evidenzia il genoma del virus) eseguiti sul sangue possono solo dire se un gatto ha il FCoV o meno, ma non se il virus presente è quello intestinale o quello mutato.

Al contrario, nelle fasi conclamate della malattia, i gatti possono risultare sieronegativi perché gli anticorpi sono “sequestrati” nelle lesioni. I titoli anticorpali possono invece risultare elevati anche in assenza di malattia in cuccioli che hanno ricevuto anticorpi dalla madre o in gatti di allevamento dove, a causa delle continue re-infezioni, i titoli fluttuano nel tempo.

Tutte queste caratteristiche rendono sierologia e PCR inutili per la diagnosi nei gatti malati. Non esistono vaccini efficaci e sicuri per la FIP, per cui l’unico modo per prevenire la FIP, oltre al rispetto di buone norme igieniche (il FCoV è sensibile ai più comuni disinfettanti ed alla candeggina) è abbassare la probabilità di mutazione del virus e quindi abbassare la carica virale (evidate il sovraffollamento).

Nessuna terapia a tutt’oggi è ritenuta efficace in corso di FIP. Cortisonici, interferone e/o altri immunomodulatori hanno fornito risultati contrastanti. E’ buona pratica effettuare terapie di supporto scelte in base alle condizioni generali dei soggetti ed optare per l’eutanasia quando anche le terapie palliative non riescono più ad alleviare i sintomi.

Rabbia

La Rabbia è una malattia che può essere trasmessa all'uomo (zoonosi) causata da un virus appartenente alla famiglia dei Rabdovirus, genere Lyssavirus.

Colpisce animali selvatici e domestici e si può trasmettere all’uomo e ad altri animali attraverso il contatto con saliva di animali malati, quindi attraverso morsi, ferite, graffi, soluzioni di continuo della cute o contatto con mucose anche integre.

Il cane, per il ciclo urbano, e la volpe, per il ciclo silvestre, sono attualmente gli animali maggiormente interessati sotto il profilo epidemiologico. La malattia causa un’encefalite che è sempre fatale sia per gli animali che per l’uomo. Senza cure intensive la morte arriva entro una settimana. Per l'identificazione di un caso di rabbia attenzione particolare deve essere posta alle turbe del comportamento, a fenomeni di aggressività da parte di animali normalmente mansueti o viceversa, e a modifiche della fonesi. Questi sintomi sono ovviamente più facilmente rilevabili da chi, come il proprietario di un animale domestico d’affezione (cane, gatto), vive a continuo contatto con l'animale, che quindi diventa un elemento importante per la sorveglianza e la prevenzione della malattia.

E’ quindi importante non lasciare liberi i gatti nelle regioni in cui questa malattia è diffusa negli animali selvatici.

Nel nostro continente la patologia è presente soprattutto in Austria, Germania, Francia, Paesi dell’Est ed ex Jugoslavia.

Recentemente la rabbia è ricomparsa anche regioni italiane a ridosso delle alpi. La vaccinazione antirabbica è obbligatoria quando si porta il gatto all'estero o in alcune regioni d’Italia (Sicilia, Sardegna, regioni dell’arco alpino), ma può tuttavia essere consigliata dal veterinario anche in altre circostanze (se il gatto esce e gira per boschi dove può venire in contatto con animali selvatici).

Toxoplasmosi

La toxoplasmosi è una malattia parassitaria trasmissibile all’uomo causata dal protozoo Toxoplasma gondii. Il Toxoplasma in natura può avere moltissimi ospiti, dai mammiferi agli uccelli fino ai rettili e può trasmettersi da un animale all’altro attraverso la catena alimentare.

Tuttavia è solo nel gatto che questo parassita riesce a compiere il suo ciclo vitale completo: il gatto si infetta cibandosi di carne di piccoli roditori e le uova di Toxoplasma vengono emesse all'esterno attraverso le feci che possono essere ingerite da un altro animale o rarissimamente dall'uomo, i quali rappresentano quindi suoi ospiti intermedi. In tutti gli altri ospiti, detti “paratenici” (a fondo cieco), i parassiti restano incistati nei muscoli o negli organi interni, generalmente senza provocare disturbi a parte certe localizzazioni particolari (occhio, alcune regioni del cervello).

Se infestano una femmina gravida (donna compresa), i toxoplasmi sono in grado di attraversare la placenta e di invadere il feto, provocando danni più o meno gravi a seconda del momento della gravidanza. Molti gatti (soprattutto randagi, oppure bravi cacciatori) sono positivi alla malattia, quasi sempre in modo asintomatico, ma raramente sono eliminatori di oocisti infettanti nell’età adulta.

Toxoplasmosi e uomo: consigli utili Recenti studi hanno dimostrato che la coabitazione tra gatti e uomo non è un fattore di rischio importante per l'infezione di Toxoplasma, ma che è molto più pericoloso cibarsi di carni crude o poco cotte, di insaccati, di verdure lavate male o di latticini non pastorizzati. Infatti, il gatto si infetta predando topi, ingerendo carne cruda di animali infetti o con oocisti eliminate con le feci da altri gatti.

Dopo l’infezione il gatto elimina le oocisti per 2 settimane una sola volta nella sua vita in genere nel corso del 1° anno di vita. Dare via il gatto quando si è in gravidanza è una misura assolutamente NON necessaria se si adottano le seguenti precauzioni: Fare in modo che sia qualcun altro a pulire la cassetta del gatto. Se proprio lo si deve fare di persona indossare dei guanti usa e getta.

Asportare la sabbia della cassetta giornalmente per evitare lo sviluppo di oocisti eventualmente presenti nelle feci (diventano infettanti solo dopo 48 ore). Alimentare il gatto con mangimi commerciali o carne cotta.

Tenere il gatto in casa ed evitare che si cibi di topi o uccelli con la possibilità di infettarsi.

Filariosi Cardiopolmonare

La filariosi cardiopolmonare è una malattia parassitaria causata da Dirofilaria Immitis, un nematode (verme tondo) filiforme che può svilupparsi in varie specie di mammiferi, tra cui il gatto. La diffusione nell'ambiente di questo parassita è assicurata da insetti (zanzare) che hanno fatto il pasto di sangue da soggetti infetti e microfilariemici (presenza di larve del parassita nel circolo sanguigno).

Nella filariosi cardiopolmonare il principale reservoir è il cane dove il parassita riesce spesso a raggiungere lo stadio adulto e a riprodursi. Sebbene il gatto non sia un ospite ideale per questo verme, in quanto spesso non riesce a riprodursi, è ormai dimostrato che questa parassitosi costituisce un problema per il gatto ovunque sia segnalata nel cane: tutta la Pianura Padana è area endemica.

E’ da segnalare inoltre che la malattia si sta diffondendo in zone un tempo ritenute indenni a causa di cambiamenti microclimatici conseguenti alla modificazione del territorio.

Nel Nord Italia sono state riscontrate prevalenze nel gatto variabili dal 5% al 20% nelle province più a rischio come PV, MI, PC. Questi valori sono molto più bassi rispetto a quelli rilevati nel cane nelle stesse aree: il gatto sembra essere una specie più resistente al parassita, ma anche molto suscettibile a sviluppare una sintomatologia gravissima. La resistenza del gatto è individuale e si basa su una reazione immunitaria ma su questo aspetto sono ancora in corso studi.

Dopo la puntura di una zanzara infetta, le larve penetrano nel sottocute dove iniziano il loro sviluppo e successivamente entrano nel circolo per poi raggiungere la sede definitiva a livello del ventricolo cardiaco destro e dell’arteria polmonare. Sarà qui che i parassiti diverranno adulti (10-15 cm di lunghezza) e cominceranno a riprodursi liberando microfilarie in circolo che si renderanno disponibili ad infettare altri animali una volta succhiate da una zanzara quando fa il suo pasto di sangue. Il fattore di rischio principale è l’esposizione alla puntura di zanzara; non ci sono differenze significative fra soggetti “casalinghi” e soggetti che vivono all’aperto. Non esistono predisposizioni di età, sesso o razza.

Il decorso della malattia nel gatto è subdolo in quanto i gatti parassitati presentano sintomi aspecifici quali vomito, diarrea, tosse, difficoltà respiratoria, dimagrimento e malessere generale. Può inoltre comparire morte improvvisa in animali asintomatici. I segni clinici si presentano nella forma più grave quando le larve arrivano nell’arteria polmonare dopo circa 5-6 mesi dall’inizio dell’infestazione oppure quando muoiono uno o più parassiti, provocando dei fenomeni trombo-embolici e la conseguente morte del gatto. La diagnosi di filariosi presenta maggiori difficoltà rispetto al cane in quanto sia le metodiche di ricerca delle microfilarie sia i test per la ricerca degli antigeni sono meno sensibili in questa specie.

Nel gatto la microfilariemia è infatti un fenomeno poco frequente e transitorio e l’antigenemia è bassa perché l’infestazione è sostenuta generalmente da pochi esemplari di filaria, in genere di sesso maschile. Negli ultimi anni è stato immesso sul mercato un test sierologico per la rilevazione di anticorpi contro D. immitis nel gatto. Una risposta positiva indica però che il soggetto è venuto in contatto con il parassita; sono necessarie quindi ulteriori indagini diagnostiche di conferma (es. radiografia toracica, ecocardiografia)

Una volta formulata la diagnosi è possibile un intervento terapeutico per lo più di tipo conservativo che mira a limitare i sintomi della patologia, in quanto il trattamento farmacologico che portano alla morte i parassiti possono spesso portare a morte anche il paziente. Anche l’asportazione chirurgica delle filarie è molto rischiosa. Poiché nel gatto la filariosi è una malattia molto grave e il trattamento presenta molti limiti, una corretta profilassi farmacologia è molto importante.

Esistono diversi possibili tipi di profilassi nel gatto che impediscono alle eventuali microfilarie inoculate dalle zanzare di diventare adulte. Questi trattamenti si eseguono quando sono presenti le zanzare, in genere da maggio a ottobre, somministrando l’ultima dose dopo la scomparsa degli insetti. A seconda della situazione possono venire somministrati prodotti per bocca o spot-on (quelle pipettine il cui contenuto viene depositato tra le scapole dell’animale).

Si consiglia di affrontare quest’argomento con il vostro medico veterinario prima della comparsa stagionale delle zanzare per decidere al meglio il metodo da utilizzare per il vostro gatto.